Luglio dovrebbe essere il momento giusto per tornare sui consigli di lettura (ne ho già scritti alcuni qui): nel mio immaginario l’estate è quel periodo carico di grandi aspettative, in cui ognuno di noi può riuscire a trovare il tempo per passeggiare nelle librerie, tornare a casa con qualche nuovo libro, smaltire le letture accumulate sul comodino, fare spazio per i libri nelle valigie. Ci riusciamo davvero? Ecco, diciamo che l’estate è un po’ sopravvalutata, ma non smettiamo di provarci. Devo fare una premessa: le letture estive vengono quasi sempre associate a qualcosa di riposante, veloce, poco impegnativo. Per me le cose funzionano in modo un po’ diverso: l’ho capito nell’estate della prima superiore, quando ho affrontato Il nome della rosa di Umberto Eco, sotto l’ombrellone, in un paio di giorni, senza rimpianti.

Penso che non esistano libri leggeri o pesanti, in senso assoluto, perché ciascuno di noi ha un diverso rapporto con la lettura (e anche con il tempo che riusciamo a dedicarle): c’è chi si aspetta un momento di evasione, in cui distendere i pensieri, e chi invece vuole impiegare al meglio quel tempo, recuperare libri abbandonati, affrontare qualche impervio viaggio su carta, mettersi alla prova. Va bene tutto, ognuno trova il suo equilibrio. Qui, di seguito, trovate due letture che ho apprezzato e una che ho tenuto per l’estate. Le consiglio per due ragioni: per il piacere della narrazione (in modi diversi, con stili diversi) e per curiosità. Ogni volta che leggiamo una storia scritta bene, o che incontriamo un libro che ci stimola, abbiamo una possibilità in più di scrivere e comunicare meglio.

Il grande sonno

Non sono mai stata un’appassionata di polizieschi, ma l’incontro con Raymond Chandler e con il suo personaggio più famoso, il detective Philip Marlowe, è stato una sorpresa, una di quelle belle. È successo negli anni dell’Università, mentre preparavo un esame. Dopo Dashiell Hammett, Raymond Chandler è uno dei principali autori del filone letterario hard boiled, il poliziesco realistico che si è sviluppato negli anni ’30 negli Stati Uniti, partendo dalle pagine dei pulp magazine, le riviste popolari stampate su carta economica. Non si tratta del poliziesco all’inglese, magistralmente orchestrato per l’esercizio intellettuale del lettore, ma di un romanzo più “onesto” (come diceva Chandler), che riportava il crimine nelle strade delle metropoli cui apparteneva, e in cui la distinzione tra buoni e cattivi non era mai netta, mai scontata. A dirla tutta, Philip Marlowe è un’uomo d’onore, ma è molto lontano dalla figura dell’eroe: è un fallito. Forse è questo che mi ha conquistata, insieme a una narrazione davvero intensa, a tratti oscura: è l’altra faccia del sogno americano.

Raymond Chandler, Il grande sonno (Feltrinelli, con la bella postfazione del traduttore italiano Oreste Del Buono)

Erano pressappoco le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu polvere, con camicia blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.

Alta fedeltà

Se non conoscete ancora Nick Hornby, questo è il momento giusto per iniziare e Alta fedeltà è probabilmente il modo migliore. Se l’avete già letto, rileggetelo. Io l’ho fatto per quattro o cinque estati di seguito, e ancora mi viene voglia di prenderlo in mano e ricominciarlo. Forse perché dentro c’è molto di quello che mi piace (e che piace a molte altre persone): c’è la musica (tanta musica), la precarietà, la tendenza a ritornare sulle cose successe in passato più e più volte, l’ironia, l’autoironia, ci sono le liste (utilizzate come strumento per fare ordine nel caos dell’esistenza). Soprattutto, c’è una storia scritta davvero bene: quello che mi colpisce di più, ogni volta che leggo Hornby, è il tono. Lo riconosci subito, è allo stesso tempo riflessivo, scanzonato, divertente, nostalgico e un po’ amaro: è bello quando si incontra un tono così riconoscibile, fa venire voglia di trovarne uno altrettanto buono. Qui potete già leggere anche la nuova prefazione al libro, scritta dall’autore e pubblicata da Guanda in occasione dei vent’anni dalla prima edizione.

Nick Hornby, Alta fedeltà (Guanda)

Martedì sera riordino la mia collezione di dischi; mi capita spesso di farlo nei momenti di stress emotivo. Certi lo considererebbero un modo stupidissimo di passare una serata, ma io non sono fra quelli. Questa è la mia vita, ed è bello sguazzarci in mezzo, immergerci dentro le braccia, toccarla. Quando c’era Laura avevo i dischi ordinati in ordine alfabetico; prima, li avevo in ordine cronologico, a cominciare da Robert Johnson, e finendo con, non so, gli Wham!, o qualche musicista africano, o qualsiasi altra cosa stessi ascoltando quando conobbi Laura. Stasera, però, voglio cambiare ancora, così provo a ricordare l’ordine in cui li ho comprati: è un po’ come se scrivessi la mia biografia, e senza dover mettere mano alla penna.

The Wander Society

L’ultimo libro pubblicato da Keri Smith è una delle letture in programma nelle prossime settimane: The Wander Society promette di essere un invito a “vagare come atto di riflessione”, alla sperimentazione creativa nella realtà quotidiana, a riconoscere il potere delle scelte individuali per cambiare la percezione del nostro mondo. Parto da due presupposti: mi piacciono i precedenti lavori di Keri Smith e sono affascinata dal concetto di wandering, che possiamo tradurre con “errare”, “vagabondare”, “esplorare” in modo libero e casuale. L’ho tenuto da parte: quale periodo migliore dell’estate, per immergersi in questo tipo di lettura e vedere cosa succede?

Keri Smith, The Wander Society (Penguin, ed. inglese)

Keri Smith, The Wander Society. La rivoluzione creativa della vita quotidiana (Corraini, ed. italiana)

Wander
verb \ˈwän-dər\
To walk, explore, amble in an unplanned or aimless way, with a complete openness to the unknown.

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