Questo post non vuole essere una legittimazione delle ore passate su Netflix. Sono convinta, da un bel po’, che il tempo passato a “fare altro” sia essenziale e che ognuno di noi sappia istintivamente quanto ne serve. Non possiamo immaginare dove troveremo la prossima idea. Sono qui perché penso che sia interessante parlare delle storie degli altri e scambiarsi qualche consiglio. Mi sono sempre piaciuti i documentari. Quando ho iniziato a guardare Chef’s Table, ho provato stupore (e poi soddisfazione): non mi aspettavo di trovare ispirazione, tanti contenuti, tante parole che risuonavano dentro, tanta bellezza, tante storie ben raccontate. Chef’s table parla di cibo, di esperienze, delle vicende personali e delle filosofie di vita che stanno dietro a molti attuali chef di successo. Se pensate di averne bisogno, il consiglio è di guardare tutte le serie, perché di sicuro riuscirete a trovare qualcosa che fa per voi e che è diverso da quello che ha colpito me.

Cosa possiamo capire, guardando gli episodi di Chef’s Table, sulla creatività e sulla costruzione di un progetto personale? Qui vi racconto cosa mi è rimasto in testa.

Il talento e la visione

La prima cosa che mi viene in mente, è il talento. Ci vuole talento. Non in senso univoco: talento come intuizione, come cura, come inclinazione naturale, come dedizione, come capacità di fare qualcosa e di migliorare giorno dopo giorno nel farlo. Poi mi viene in mente un’altra cosa: ci vuole una visione. È un tratto comune, in ogni racconto: sentire il desiderio, molto forte, si seguire un’intuizione, un percorso, una visione. Capire, a un certo punto, che qualcosa deve cambiare per poter trovare la propria voce, per dimostrare che non solo le cose possono essere fatte bene o benissimo, ma con personalità, con la propria filosofia, con la propria cultura.

La fatica

Poi c’è la fatica, sempre: la sensazione di non essere abbastanza, di non riuscire a farcela, di non trovare il modo per farsi capire dagli altri. Ci si trova ad affrontare risorse che mancano, ostacoli ad ogni svolta del percorso, fallimenti da elaborare. Possono esserci condizioni sfavorevoli, regole implicite da mettere in discussione, la diffidenza delle persone attorno, o (ancora peggio) la totale indifferenza. Si può essere invisibili, per molto tempo, può andare tutto a rilento (anche se le intenzioni sono buone). A volte si può anche smettere di provarci. Cosa deve succedere allora? Quando arriva la svolta? Questa continua a essere la parte misteriosa del processo. Bisogna essere resilienti e passare attraverso la fatica. Perché possono accedere molte cose: il tempo fa il suo corso, l’esperienza aumenta, insieme alle capacità e alla consapevolezza. Ogni tanto, poi, succede qualcosa di inaspettato: un incontro fortuito con qualcuno in grado di riconoscere il potenziale inespresso, il contatto con un’idea che cambia la prospettiva, un’opportunità. In ogni caso, ci vuole tempo.

La ricerca

Si parte dalla conoscenza: bisogna conoscere le basi di quello che si fa, per riproporre, reinventare, reinterpretare. Anche questa è una costante: c’è lo studio, la pratica (quella ripetitiva, che può sembrare quasi ossessiva), la ricerca di soluzioni alternative (anche a costo di attingere altrove, contaminando le fonti, le tecniche, le ispirazioni). Certo, funziona meglio se si è curiosi (e forse, almeno un po’, perfezionisti).

La comunicazione

C’è anche la costante attenzione per l’esperienza di chi si siede a tavola per provare qualcosa. È un processo di creazione che parte dall’urgenza di comunicare con le persone, di smuovere sensazioni in chi lo sperimenta, di far sentire a proprio agio oppure, al contrario, di provocare. In ogni caso, si tratta di un autentico bisogno di raccontare una parte della propria personalità, attraverso un’esperienza che coinvolge tutti i sensi di chi la prova. C’è anche un forte senso di responsabilità nei confronti dei clienti, il desiderio di accontentare una scelta e la speranza di superare le aspettative, di dare qualcosa in più, di generare stupore.

Le storie (qualche assaggio)

Con il tempo ho capito che non stavo facendo la cosa giusta. Cercavo di copiare soltanto ciò che avevo imparato. Penso che questo accada in ogni mestiere, nella vita: sei giovane, hai un maestro, vuoi emularlo, ma a un certo punto devi svoltare e dire: “devo trovare la mia strada e il mio linguaggio”.

1, Ep. 3, Francis Mallmann

In giapponese esiste la parola “kuyashii”, che indica quando qualcuno dice che non sei in grado di fare qualcosa e tu senti questo desiderio ardente di dimostrargli che si sbaglia. All’inizio della mia carriera, questa cosa mi ha motivato molto. Lavorando in cucine in cui tutti gli altri erano uomini, dovevo dimostrare di essere capace, per essere considerata allo stesso livello. Mi sentivo determinata, non volevo essere meno di loro. […] La frase che mi motivava era “non posso fallire”.

Crescendo, ho sempre pensato che avrei dovuto guadagnarmi tutto. Per arrivare da qualche parte, nella vita, avrei dovuto fare fatica. E pensavo “Va bene, dovrò lavorare davvero tanto per far succedere qualcosa e per imparare… ma un giorno, quando mi sentirò pronta, farò a modo mio e sarò libera”.

1, Ep. 4, Niki Nakayama

Se sei un creativo, sei sempre influenzato dalle esperienze che hai fatto. E se una di queste è avere costantemente a che fare con ristoranti simili, questo condizionerà inevitabilmente quello che fai. Qui non dobbiamo rapportarci a niente, se non per nostra volontà. Perché ci siamo solo noi, è un piccolo universo. È quasi come essere senza limiti.

Tutti possono imparare a copiare una tecnica, ma non sarebbe una forma di espressione creativa. La cosa interessante è il vero sviluppo di qualcosa di nuovo. Non è una cosa che succede in due settimane o in un anno. Ma per me è la base della vera creatività. 

1, Ep. 6, Magnus Nilsson

Per come sono cresciuta, i ricordi sono molto importanti. Sono un modo per conoscere chi sei dentro. Il motivo per cui lo fai non è… beh, crei il piatto per te stessa, sarà incredibile e la gente ne parlerà. Non è un veicolo per connettersi alle persone? Io non servo un menu, servo una storia. Servo la mia anima. Servo una conversazione e voglio che tu mi risponda. Voglio che dialoghi con me. Faccio scattare qualcosa dentro di te, i tuoi ricordi. Se ci riesco, so che sto facendo la cosa giusta.

2, Ep. 4, Dominique Crenn

Non penso al successo in termini di riconoscimento. Il successo è essere fieri di ciò che si fa ogni giorno. 

2, Ep. 4, Enrique Olvera

Non sono mai andata a scuola di cucina. Ho scoperto da sola il mio modo di creare, che è meno restrittivo. A prima vista ti chiedi: “Mi piacerà questo?”. Ma quando lo assaggi, tutto cambia completamente. Sono fiera della mia audacia.

Sono sempre stata una persona disciplinata, a cui piace avere il controllo delle cose. Mi trovavo in un abisso d’ignoranza. Si trattava di sopravvivere. Ho passato molto tempo a sperimentare, volevo imparare ogni cosa. Mi ponevo sempre domande. Ho iniziato a credere in me stessa.

2, Ep. 5, Ana Roš

Creatività ed ego sono incompatibili. Se ti liberi la mente dai paragoni, la tua creatività si apre infinitamente. Come l’acqua scaturisce dalla fontana, la creatività scaturisce da ogni momento. Non devi ostacolare te stesso. Non devi essere schiavo dell’ambiente in cui ti trovi. Devi essere in grado di entrare e uscire dalla tua mente. Questo significa essere liberi.

3, Ep. 1, Jeong Kwan

Quando si occupa di un problema, non molla finché non lo risolve. In altre circostanze si potrebbe parlare di disturbo ossessivo compulsivo. La sua ossessione è il suo mantra. Lavora tantissimo su qualcosa, ripetendo un gesto mille e mille volte. Quella è maestria artigianale, non necessariamente artistica.

3, Ep. 3, Nancy Silverton

Quando sono arrivato in cucina non ero niente di speciale. Ero uno dei tanti. Ciò che ho imparato più tardi è che, se hai qualcosa di unico, la gente si interessa a te. All’inizio della mia carriera ho deciso che è meglio provocare ed esagerare, che restare mediocre: è la mia personalità.

3, Ep. 5, Tim Raue

Un assaggio può bastare per incuriosire? Oppure avete già visto le serie? Cosa ne pensate?

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