Scrivere a proposito del fare le cose potrebbe sembrare poco convincente. Le cose non le scrivi, le fai (sì, è vero). A volte, però, se le scrivi poi le fai meglio. Per me la scrittura è sempre stato il modo più naturale per prendere coscienza delle cose, metterle in fila e decidere di esserne responsabile. Ricordo che, in alcuni momenti, l’unico modo per fare è stato scrivere, raccontare. Qualche volta è successo che un progetto detto prima ad alta voce e poi scritto, abbia convinto anche altre persone (e quando succede è molto bello). Qualcuno, poi, mi ha anche detto che io faccio succedere le cose: le immagino, le organizzo e poi succedono.

Ci è voluto del tempo, ma ho pensato che forse è questo il modo in cui posso essere davvero utile a qualcuno. Per questo sono qui, per farne un mestiere, a modo mio. Le storie mi stanno a cuore.

Far succedere le cose

Le storie hanno bisogno di uscire allo scoperto e di essere raccontate, viste, camminate, respirate. Quando parlo delle storie, qui, intendo quell’insieme peculiare di elementi che rende unico il tuo lavoro.

Sono il luogo da cui arrivi e quello che vuoi raggiungere, sono le ragioni che ti hanno portato a scegliere un mestiere o a inventarne uno che non c’era. A volte possono sembrare quasi scomode, perché non rimangono in superficie, ma scavano un po’. Sono anche i problemi che risolvi, i dettagli di ogni prodotto che confezioni, la cura con cui scegli gli oggetti che proponi nel tuo negozio, gli anni studio che si riassumono nelle fotografie che scatti o nelle parole con cui spieghi, la dedizione che metti nei servizi che migliori di continuo.

Queste sono le storie che voglio raccontare, quelle che poi fanno succedere le cose, perché sono le ragioni per farti scegliere una, e poi due, o dieci volte. Perché io ci credo, eh. Non sarà facile, non sarà immediato, ma con un po’ di pazienza funziona.

“Fabbricare, fare e disfare”

Poi ci sono queste parole di Dino Campana, che mi sono rimaste impigliate in testa da anni e che tornano a farsi sentire ogni tanto. “Fabbricare, fare e disfare”. A me raccontano anche della stagionalità del fare.

Non so se funziona così per tutti, ma penso sia molto probabile per i creativi: c’è un tempo per fare, uno per resistere, uno per fermarsi. Il tempo del fare è espansione, è energia che si riversa nei nuovi progetti, desiderio di imparare qualcosa di nuovo, è mettersi in movimento, uscire allo scoperto. Il tempo per resistere arriva senza preavviso, è l’imprevisto che non puoi ignorare, è la fatica che fai per tenere insieme tutti i pezzi, è la minaccia del fallimento. Il tempo per fermarsi è, qualche volta, tempo per disfare e cambiare; altre è semplice riposo, bisogno di rallentare e ricaricarsi.

Io sto oscillando tra fare e resistere, ma sono qui, e mi piacerebbe molto sentire altri pareri, altre storie.

Che ne dici?

Se ti interessa, mi trovi qui (dove puoi anche vedere una parte delle cose che faccio) e anche qui.