Lo so, il titolo è perentorio, ma sono qui per dirvi che forse è meglio così. Qualche giorno fa riflettevo su quello che faccio e su tutto il tempo che passo a capire e a cercare di raccontare il mio lavoro e, soprattutto, quello degli altri. Ho già scritto che dovremmo essere qui anche per divertirci, ma non è una cosa semplice. Ne ho la prova ogni volta che parlo con un cliente e arrivo alla domanda “cosa ti piace del tuo lavoro, cosa ti diverte?”. Almeno venti secondi di silenzio. Le risposte ci sono, lo so, ma a volte sono nascoste dalla fatica, dal bisogno di cambiare qualcosa, dall’abitudine, dalla sensazione che potrebbe sempre andare meglio. Lo sento anche parlando con gli amici, succede a chi lavora in proprio e a chi è dipendente: si può essere insoddisfatti per tante ragioni, molte delle quali valide.

Esiste il job crafting

In tempi fluidi come questi, in cui non solo non esiste il lavoro ideale, ma a volte bisogna proprio inventarselo, abbiamo la possibilità di guardare le cose in modo diverso. Oggi riprendo un concetto che mi è piaciuto subito, quando l’ho incontrato, e che anche voi potreste aver messo in pratica in modo più o meno consapevole: il job crafting. Il termine è stato coniato nel 2001 da Jane E. Dutton e Amy Wrzesniewski (University of Michigan) e descrive un tipo di comportamento che esiste già in ogni ambiente di lavoro, cioè la tendenza a personalizzare le proprie mansioni in modo da farle allineare alle proprie passioni, inclinazioni e ai propri punti di forza. Per saperne di più, c’è questo documento.

Fare job crafting significa plasmare il proprio lavoro, riorganizzando ciò che si ha e integrando competenze non strettamente legate alla propria mansione (quelle che, sulla carta, potrebbero non sembrare necessarie), in modo da aumentarne il valore e renderlo più soddisfacente. Questo, certo, implica una buona dose di responsabilità e dovrebbe anche comportare un riconoscimento, soprattutto nel lavoro dipendente. D’altra parte, chi lavora in proprio fa continuamente job crafting (in realtà fa anche qualcosa in più, direi, plasma se stesso).

Esiste il lavoro significativo

Secondo me, in ogni caso, possiamo trovare uno spunto per pensare ai cambiamenti che potrebbero fare la differenza ogni giorno:

  • Cose da fare: quali sono le attività che ti danno più energia? Quelle che ti piacciono? Puoi organizzare il tempo in modo da da aumentarle? Puoi cambiare il modo di fare quelle che ti tolgono energia?
  • Relazioni: quali sono le persone che aumentano il benessere nel tuo ambiente di lavoro? Quando puoi e nella misura in cui è possibile, scegli. (Vale per colleghi, fornitori, clienti).
  • Percezione: in quale modo ti definisci, come descrivi il lavoro che fai? Ti stai prendendo sul serio? Ti stai riconoscendo il giusto valore? Stai integrando altri aspetti della tua personalità che potrebbero aumentarlo? A volte bisogna partire da qui, per mettere in atto qualche cambiamento.

Se ci pensiamo, cosa rende un lavoro davvero significativo?

La percezione di essere utili, la consapevolezza di fare qualcosa che ci riesce bene e che ci piace, la qualità delle connessioni con le altre persone.

Secondo me, queste sono alcune delle cose che vale la pena raccontare anche quando si pensa a una strategia di comunicazione, quindi direi che è sempre il caso di averle ben presenti e di coltivarle, giusto?

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