Avevo un calendario editoriale. Poi è arrivata la newsletter di Paul Jarvis (si chiama Sunday Dispatches, se non la conosci te la consiglio), ha toccato un punto sensibile ed eccoci qui.

Che senso vogliamo dare alla produttività?

È una domanda che mi faccio spesso, ora che sono freelance, e che avevo ben presente quando ho lavorato come dipendente. Leggiamo di continuo articoli sui metodi per essere più produttivi, ci confrontiamo con i colleghi, a volte ne parliamo con amici che fanno un lavoro diverso, ma non è detto che l’obiettivo di tutta questa produttività sia chiaro. Il punto è sempre lo stesso (Jarvis lo dice molto meglio di me): stiamo lavorando tanto, per lavorare ancora di più?

Unless all this productivity is making us all exponentially happier or more fulfilled, it just feels like we’re working our asses off to work our asses off more. Without some bigger purpose or grander goal, like getting work done faster to spend more time not working, it feels like a hamster wheel of working more to work more to spend more so we need to work more.

Quale valore vogliamo dare al nostro tempo?

Quando lavoravo come dipendente ho sperimentato un part-time che, nel giro di un paio di anni, si era evoluto in un full-time. Lo era diventato soprattutto per ragioni economiche, cioè per il mio bisogno di raggiungere una cifra che in quel momento ritenevo indispensabile per vivere. Il carico di lavoro era cambiato di conseguenza, aumentando, ma non posso dire che la mia produttività fosse davvero migliorata (così come la percezione di usare bene il mio tempo).

So che questo è un discorso di parte, vale per la mia esperienza e non posso farne una regola, ma forse può tornare utile a qualcuno.

Non mi convinceva il rapporto tra il tempo da passare in ufficio e la quantità di lavoro da fare: nei giorni in cui c’era pressione, si lavorava tanto (e si sarebbe potuto lavorare meglio). Poi c’erano intere giornate in cui esaurivo la lista delle cose da fare, mi portavo avanti (perché mi sembrava eticamente corretto) e avevo comunque del tempo che non sapevo bene come impiegare, se non occupando fisicamente il mio posto (sì, era il classico tempo da gattini su YouTube). Avrei voluto un orario flessibile e la responsabilità di gestirlo a seconda delle scadenze? Sì. Era un desiderio attuabile? Probabilmente no.

Quella, per me, non era produttività e non era nemmeno qualità del mio tempo.

Che senso voglio dare al mio lavoro?

Me lo sto chiedendo in questo periodo, con alcune consegne ravvicinate, un corso (a cui tengo molto) da fare nelle prossime settimane e l’aria di primavera, che regala e toglie energie un po’ come le pare. Nel mio lavorare da freelance, ci sono state lunghe giornate di 10 ore al pc, a testa bassa, per fare il più possibile, e anche qualche weekend passato a scrivere. Ci sono dubbi, il desiderio di vedere risultati. Funziona così, non ho mai pensato che essere il capo di me stessa fosse una cosa semplice. Però, intanto, vorrei coglierne tutto il potenziale.

Sto cercando di liberarmi dalla mentalità delle 8 ore al giorno alla scrivania, e vorrei farlo senza perdere ritmo e organizzazione. Perché mi sono resa conto che anch’io, a volte, sono molto più produttiva quando faccio meno. Mi sono ricordata che una mezza giornata passata a guidare e poi a camminare in un’altra città, è una cura quasi miracolosa per le idee, perché c’è sempre qualcosa di nuovo da assorbire. Me l’ha ricordato anche Abstract, la bella serie di documentari che si può trovare su Netflix (di cui consiglio soprattutto quelli su Paula Scher e Ilse Crawford, ma il mio è un giudizio di parte, e di cuore).

Ho capito che, a volte, ho bisogno di fare altro e fare meno, per fare meglio.

Se il discorso ti interessa, se vuoi scambiare due parole, mi trovi qui.