È arrivato settembre: per me l’anno inizia qui, tra gli ultimi sentori d’estate e i primi indizi d’autunno. Ho riordinato la scrivania, scelto agenda e quaderni, mi sono circondata di nuovi libri da studiare e ho iniziato a organizzare i progetti su cui lavorerò, insieme ai nuovi clienti, per i prossimi tre mesi. Prima di andare avanti, mi fermo a guardare le ultime settimane, quelle in cui mi sono fermata e ho visto nascere un piccolo racconto collettivo.

Quando ho lanciato il progetto #storieinviaggio non sapevo dove ci avrebbe portato. Sapevo che era nato dal bisogno di utilizzare Instagram in modo più personale, così come dal desiderio di sperimentare forme narrative diverse dal solito (recuperando anche immagini e ricordi più lontani, ma legati tra loro). Soprattutto, mi piaceva l’idea di creare un hashtag italiano che potesse diventare un nuovo contenitore di storie, luoghi, memorie, dettagli e parole, per mettersi in relazione.

Pur essendo affascinata dalle iniziative più strutturate, come challenge o contest (sì, potrei anche progettarne una in futuro), ho voluto proporre questa idea in grande libertà. Qualcuno ci ha creduto subito: ringrazio Marta, ovvero @zuccaviolina, per aver aver diffuso il progetto fin dall’inizio, nella sua raccolta mensile di hashtag consigliati. Tante persone hanno contribuito al racconto di #storieinviaggio, con più di 1500 post: a me sembrano tanti. Ci sono diari di viaggio, storie di luoghi visti per la prima volta o riscoperti con occhi nuovi, pagine di libri che hanno il potere di farci spostare da fermi, viaggi nel tempo (è così che possiamo chiamare i ricordi), piccoli riti di ogni giorno e grandi orizzonti da esplorare. Ci sono anche molti commenti, sparsi come piccole note, che parlano di tutto quello che muove il contatto tra le persone: bellezza, fatica, riposo, leggerezza, lavoro, tempo, speranze, tristezza, nostalgie, gratitudine, libertà. Sono tutti qui e io ringrazio chi ha voluto farne parte. 

Per queste ragioni, mi piace pensare che #storieinviaggio non si ferma qui, ma potrà continuare a crescere, con la lentezza tipica delle cose naturali.

Io, nel frattempo, ho imparato alcune cose e ho deciso di ricominciare da Instagram, cercando di fare del mio meglio per renderlo un luogo interessante e accogliente. Ripensavo a quando ho reso pubblico il mio profilo, per la prima volta, meno di un anno fa (a dicembre 2016). Prima, per qualche anno, l’ho utilizzato in modo del tutto privato, come un taccuino visivo per appunti, limitando al minimo anche gli scambi. Mi interessava soprattutto vedere cosa facevano gli altri, come potevano ispirarmi: non ne avevo colto tutto il potenziale. Negli ultimi mesi ho sperimentato, letto, approfondito e, soprattutto, mi sono esposta. Un po’ alla volta, ho trovato un equilibrio tra le due componenti che amo di più: le immagini e le parole. Per me, ora, Instagram è questo: un luogo dove poter trovare e raccontare storie, attraverso due linguaggi a cui non saprei rinunciare.

Vi piacerebbe approfondire il discorso?

Qui c’è un altro post, che ho scritto qualche tempo fa, a cui tengo molto: Cosa pubblicare su Instagram per avere cura della tua storia

Quello che ho imparato in questo periodo (e se funziona con me, magari è utile anche a voi):

  • La sintesi è un dono da esercitare, ma a volte si può scrivere un testo lungo e scoprire che c’è chi lo leggerà volentieri. Penso spesso che non sia giusto abusare della pazienza di incontra i contenuti che produco, ma ho scoperto che in alcuni casi si può davvero contare sulla complicità di chi inizia a conoscerci e scegliere la forma più lunga.
  • C’è posto per la profondità. Lo vedo nei contenuti che produco e in quelli che frequento: Instagram può essere il posto giusto per affidare una riflessione a chi guarda e legge, per cercare un confronto nella complessità. Non c’è solamente la reazione istantanea all’estetica delle immagini, ci sono nicchie di persone che hanno davvero voglia di prendersi del tempo e pensare.
  • L’imperfezione è soggettiva. Per come la vedo io, i miei contenuti sono curati e continueranno a esserlo. Ho capito, però, che voglio abbracciare l’imperfezione: la mia, quella che sta su una scala misurata sulla mia sensibilità. Combatto da anni con quello che considero tuttora un difetto: il perfezionismo. Lo combatto nel lavoro, nei rapporti personali, nelle aspettative. Per questo, posso dire con certezza che quello che vorrei comunicare, con quello che faccio, è soprattutto cura, gusto, piacere.

Se volete fare due chiacchiere e condividere la vostra esperienza, vi aspetto sui social (Instagram e Facebook).