Quando ho iniziato a scrivere su questo blog, qualche mese fa, ho fatto un piano. Diciamo che era un piano di un anno, perché faccio fatica a guardare più lontano. Di solito, quando faccio un piano mi prendo molto sul serio: faccio ricerca, accumulo informazioni, scelgo un obiettivo e mi chiedo come ci si arriva. Ho deciso che avrei parlato del mio lavoro, del processo di costruzione che ci sta dietro e di alcune cose che mi stanno a cuore (le categorie di questo blog: ispirazione, scrittura, social, organizzazione, vita da freelance). Soprattutto, ho deciso che avrei condiviso il viaggio e che l’avrei reso visibile, navigabile.

Mettere la creatività nel piano

In questo piano ho lasciato spazio a quello che potremmo chiamare “caso”, se preferite, ma che io considero esercizio creativo. Ho cercato uno strumento che mi parlasse e ho scelto il mazzo di carte creato da Jen Berlingo, Soul Space Oracle. Così, ad ogni mese associo una carta (lo faccio con anticipo, ma non troppo) e costruisco i contenuti attorno agli spunti che ricavo da questo tema mensile, tenendo presente il mio piano (hey, ciao piano). Dico che è un esercizio creativo, perché mi costringe ad approfondire, ascoltare il mio intuito, fare connessioni mentali utili, scoprire cose nuove, guardare quello che ho attorno da un punto di vista che a volte (soprattutto per pigrizia) non avrei considerato.

Play anything

Quando ho iniziato a ragionare sulla parola di questo mese, playful, la prima cosa che ho pensato è stata: è vero, siamo qui anche per divertirci, perché me lo dimentico? A volte cado nella centrifuga delle cose da fare e non ci penso (perché sì, ci sono periodi in cui le cose succedono tutte insieme, quelle buone e quelle spaventose, lo sappiamo). In altri momenti, invece, mi sembra di essere immobile e di non potermi concedere il divertimento. Allora fermi tutti. Cosa vuol dire divertirsi? In relazione a cosa lo misuriamo? Così ho iniziato a fare un po’ di ricerca tra i libri e le riviste che ho in casa (sì, lo faccio sempre, in modo un po’ automatico) e mi sono ricordata di un libro di Ian Bogost uscito qualche mese fa, Play Anything, che avevo preso e che è rimasto nella pila delle cose da leggere troppo a lungo (sì, mi succede sempre anche questo). Forse aspettava solo il momento giusto.

Divertirsi vuol dire trovare il nuovo nell’ordinario

Cosa dice Bogost, in breve? Il suo libro è un manifesto, che incoraggia a cambiare punto di vista. Parte dal presupposto che la vita è fatta di fatica e di limiti, e che proprio questi elementi sono, se ci pensiamo, essenziali anche nel gioco. (In inglese, oltretutto, play è una parola complessa, proprio per la grande varietà di significati che include). Il divertimento è ciò che accade quando accettiamo che queste limitazioni esistono e quando decidiamo di trovare sempre qualcosa di nuovo nella familiarità dell’ordinario. Secondo Bogost, la giocosità e il divertimento sono processi in cui possiamo manipolare le cose e trovare nuove soluzioni creative, nonostante i vincoli (oppure, proprio grazie ai vincoli).

Ho trovato molto interessante anche l’intervista pubblicata su The Atlantic, che metto tra i consigli di lettura, e da cui cito:

You can experience play at work, not because you’re messing around or wasting time or something, but because you’re looking really deeply and seriously at things and asking what is possible, what can be done with them, what new ideas might emerge?

Playful

Siamo qui anche per divertirci e, forse, per cambiare prospettiva. Siamo qui per costruire una vita in cui la fatica ci regala il significato delle cose, in cui ci impegniamo a guardare a ciò che abbiamo e che facciamo con occhi nuovi. Quel tipo di vita in cui potrebbe succedere di sperimentare nello stesso istante lavoro e divertimento.

È un appunto che lascio scritto a me stessa e a te, che magari leggendo hai trovato qualcosa di buono da mettere in tasca.

È anche un augurio che faccio alle persone con cui ho lavorato e con cui lavorerò.

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