Tra meno di due settimane io e Valeria saremo in aula (cioè in un salone di un palazzo settecentesco) con un piccolo numero di professioniste molto motivate, per insegnare tutto quello che sappiamo su un tema che ci sta a cuore: mettersi in proprio, fare sul serio con la propria attività, pianificarla e raccontarla sul web. Insomma, l’ho già detto, facciamo un corso. Parleremo di consapevolezza, di personal branding, di motivazione, di clienti, di comunicazione online e cercheremo di farlo con chiarezza, calma e abbondanza. Sto riflettendo sulle ragioni che mi hanno spinta ad accogliere la responsabilità di insegnare qualcosa a qualcuno e che mi hanno fatto dire “sì, lo voglio proprio fare, anche se mi fa un po’ paura”. Ho scoperto che, in un certo senso, sono le stesse ragioni che mi hanno convinta a scegliere il cambiamento e a mettermi in proprio.

Se dovessi spiegarlo, potrei raccontare che ho deciso di darmi questa possibilità nell’unico modo che conosco bene: studiando, cercando informazioni, mettendo in dubbio le risposte che avevo, scoprendo il percorso che altre persone hanno fatto prima di me, prendendo ispirazione e mettendo in pratica, un passo alla volta, con pazienza. Lo sto ancora facendo e lo farò a lungo, perché penso sia l’unico modo per crescere. Sono partita dalle cose sicure: sono una persona creativa, curiosa, a cui piace approfondire. Lavoro bene da sola, ma voglio mettermi in relazione. Ho sempre amato cercare le parole giuste, scrivere, immaginare, dare una forma alle cose, trasformarle, progettare. A un certo punto, ho capito anche un’altra cosa: volevo trovare il mio modo per fare qualcosa che avesse valore per me stessa e che, soprattutto, fosse utile agli altri.  

Decidere di fare le cose, di darsi una possibilità, non è facile: non avrai mai la certezza assoluta di avere le carte in regola, ti chiedi se hai fatto il percorso giusto, se puoi essere davvero credibile, se è il caso di metterci la faccia. Io, prima di dire ad alta voce che volevo definirmi e costruire la mia attività a modo mio, ho fatto altro (come succede a molte persone, giusto?).

Ho passato qualche anno a fare ricerca in Università: ho rincorso le storie di gente dimenticata nelle pagine polverose degli archivi, ho imparato a leggerle, ho studiato la cultura popolare nel tessuto sociale veneziano del Seicento: c’erano inquisitori, eretici, preti, ciarlatani, speziali, qualche strega, scrittori, donne più forti di quel che pensavo, libertini, accademici, librai. In estrema sintesi: tutta gente che cercava di fabbricarsi un sistema di pensiero, di trovare un riconoscimento sociale che valesse qualcosa. Quelle vite e quelle storie erano ellissi, le ho rincorse soprattutto tra Venezia e Roma: è stato bello, difficile, irrinunciabile. Mi sono chiesta se potevo insegnare, ho organizzato alcuni eventi culturali, mi sono appassionata alla comunicazione sul web, ho passato un numero non quantificabile di ore a studiare, mettere in pratica, seguire piccoli progetti, fare domande. Insomma, l’ho presa molto sul serio. Nel frattempo, ho lavorato come dipendente (facendo una serie di cose molto diverse da quelle che sapevo fare) e ho messo in dubbio le deviazioni che ho fatto. Mi sono chiesta se esisteva un percorso lineare e se non l’avevo visto.

Ci ho messo un po’ a riconoscere che nel mio percorso non c’era qualcosa che mancava, ma che c’è qualcosa in più, che ho solo io. Ho iniziato, di nuovo (e l’ho pure scritto). Alla fine, se guardiamo bene, un percorso c’era e non poteva essere lineare: è la passione per le storie, per le persone che credono in qualcosa e vogliono comunicarlo. 

Nel processo, ho trovato tre buoni motivi per continuare: a un certo punto puoi fermarti e ammettere di saper davvero fare alcune cose; puoi sempre imparare quello che non conosci; ci sei tu, ma ci sono anche altre persone che stanno provando e che ci stanno credendo, proprio come te. Non è una cosa da poco: ti fa sentire parte di un movimento, ti fa venire voglia di confrontarti e di immaginare anche nuovi modi per lavorare, che possono funzionare da soli e insieme. Secondo me sono tutte buonissime ragioni.