Siamo a metà anno, lo vogliamo fare un mezzo bilancio?

Sono sempre stata forte nei bilanci: li ho fatti anche quando non servivano, perché mi sembrava il modo più naturale per capire a che punto ero e per indovinare il passo successivo (ogni tanto le previsioni funzionano, vale la pena provarci). Il bilancio è una delle specialità di chi passa buona parte del suo tempo a programmare, darsi degli obiettivi, fare liste, cancellarle, mettere in ordine e poi mettere in dubbio tutto. Se è vero che per me l’anno lavorativo inizia a settembre, con l’arrivo dell’autunno, devo riconoscere che giugno è un buon momento per fare bilanci: c’è il ricordo della fine della scuola e dei cicli che si chiudevano, in modo quasi fisiologico.

Qui ci sono alcune cose che stanno funzionando e alcune che possono essere migliorate (sì, è a questo che serve il bilancio di metà anno, a dirci che possiamo correggere il tiro, anche se il cervello diventa ogni giorno più leggero, nella canicola estiva).

Mi sono presa sul serio

Sembra una cosa scontata, ma non lo è. Prendersi sul serio vuol dire dichiarare che si vuole fare una cosa e poi farla, correndo il rischio. Vuole anche dire riconoscere di essere in grado di fare alcune cose per gli altri e avere l’intenzione di farle sempre meglio. Vuol dire anche continuare a studiare.

Ho detto un paio di no

Pensavo che, presa dall’ansia di dover dimostrare di farcela, avrei accettato qualsiasi lavoro e avrei detto anche quei sì di cui ti penti appena escono di bocca. Invece è andata in modo diverso, anche se qualche sì di quelli complicati c’è stato lo stesso. Spero che, con il tempo, l’istinto faccia sempre meglio la sua parte (perché io sono del tutto convinta di volerlo ascoltare).

Ho fatto dei preventivi e dei contratti seri

Quelli lunghi più di tre pagine, per intendersi, che richiedono tempo. Ne sono contenta e continuerò a farli, anche se so che in qualche caso non verranno letti. A quel punto, comunque, io avrò fatto la mia parte per tutelare al meglio il mio lavoro e la trasparenza dei processi comunicativi.

Lavoro con clienti e storie molto diverse

Soprattutto, sto lavorando anche in settori che non conosco (ecco, qualche sì rischioso l’ho detto). Questo implica davvero molta ricerca: è la parte più faticosa del lavoro, ma è anche quella che preferisco.

Ho conosciuto belle persone

Sono cose che succedono, in questo mondo connesso, dentro e fuori dai social. Devo essere onesta: ho passato molto tempo sui social, negli anni scorsi, con un po’ di diffidenza. Per dire, non sono mai riuscita a interagire senza prima chiedermi se ne avevo il diritto, o a commentare i post degli altri a cuor leggero. Poi ho iniziato a capire che il nostro modo di stare online è una scelta, che possiamo farlo a modo nostro e che la qualità dei contenuti che incontriamo dipende da noi. Quest’anno ho iniziato a raccontarmi, a creare un clima accogliente e a interagire, poco alla volta, con persone che seguo da tempo con stima. Questo mi aiuta a capire meglio il mio lavoro e, soprattutto, a renderlo più umano.

Ho capito una cosa importante su di me

Ho capito che non sono freelance perché non ho alternative, ma perché vorrei lavorare come piace a me. Certo, ho sentito la necessità di dare un senso alla mia formazione e costruire una credibilità che non riuscivo a trovare altrove, ma non c’è solo questo. Mi piace l’idea di gestire il tempo, di imparare a convivere con le attese, le responsabilità e i progetti a lunga durata. Soprattutto, mi piace l’idea di dover scendere a compromessi solo con me stessa e di scegliere le persone con cui mi piace collaborare. È facile? Per niente, ma è una scelta consapevole. E vi pare poco?

(Ne riparliamo a fine anno).